
Un Palio per ricordare i “Bisnenti” del Montello
È dal 2002 che a Giavera si rievoca la storia dei “Bisnenti” del Montello con un palio cui partecipano le borgate del paese e di altre località contermini.
“È una festa popolare, come scrive B. Buosi – che fa spettacolo di una storia senza fatti memorabili e senza eroi”.
Al di là, infatti, della competizione, sicuramente appassionante e spettacolare, la manifestazione ha il pregio di sottrarre alla “damnatio memoriae” (condanna all’oblio) gli umili protagonisti di una vicenda iniziata nei paesi del Montello nel XVII secolo e conclusa a ridosso della grande guerra.
Il termine “bisnente” e il suo sinonimo “pisnente” (bisnent e pisnent nella dizione tronca montelliana), in origine indicavano i braccianti giornalieri e talora i fittavoli di modesti appezzamenti, in ogni caso coloro che stavano sul gradino più basso della scala sociale. La loro miserrima condizione fece assumere a questi nomi il significato di “due volte niente”, “più niente”, con una etimologia popolare che rendeva bene il loro stato di contadini senza terra, boscaioli senza bosco, mestieranti senza un preciso mestiere, cioè di poveri in canna.
Questi termini, furono utilizzati soprattutto nell’Ottocento per indicare i circa 7-8 mila montelliani che nei 13 paesi ai piedi del colle (Nervesa, Bavaria, Giavera, Selva, Lavajo, Volpago, Martignago, Venegazzù, Caonada, Biadene, Busco, Ciano e S. Mama) sopravvivevano grazie alla depredazione sistematica del bosco, inutilmente repressa dalle autorità del tempo.
La loro storia veniva, però, da lontano e cioè dai tempi della Repubblica di Venezia, che tra il XVI e XVII secolo aveva occupato il Montello, ne aveva espulso i Montelliani, demolito le case (1519) e soppresso tutte le attività economiche, per non sottrarre spazio alla coltura di querce e roveri, indispensabili alla costruzione di navi e ad altri usi civili. Cacciati dal bosco, i pastori, i contadini, i carbonai, i fornaciai, gli artigiani del Montello divennero braccianti occasionali, cioè bisnenti, al servizio dell’arsenale veneziano, vivendo tale condizione come un’autentica usurpazione dei diritti d’uso che essi vantavano su larga parte del colle e che rimontavano all’epoca medievale. Malgrado la concessione a loro esclusivo vantaggio dei prodotti secondari del bosco (strame, legna secca, erba, funghi, etc.) e il loro impiego nei lavori di manutenzione, di taglio e trasporto del legname, continui furono i furti di piante e il pascolo abusivo, che furono repressi con multe e pene sempre più severe, dagli “squassi de corda”, a “remar nelle galere”, sino all’impiccagione.
Dal Palazzo della Provvederia, edificato nel 1592, i Provveditori al bosco veneziani curavano la pianificazione forestale e le operazioni di piantumazione, di taglio e trasporto dei roveri e processavano i ladri di legna, avvalendosi nell’attività repressiva del capitanio al bosco, di 4 ufficiali e 13 saltari (guardia boschi).
La caduta della Serenissima nel 1797 ad opera dei Francesi e la successiva dominazione austriaca aggravarono ulteriormente le condizioni di vita dei Montelliani, cui non furono riconosciuti, se non tardivamente e parzialmente, i vantaggi goduti ai tempi della Serenissima.
La reazione dei Montelliani fu quella di tentar di riprendersi abusivamente il colle, praticando talora autentici saccheggi ai danni del bosco, come nel 1848, in concomitanza con le insurrezioni antiaustriache.
Tanto con i Francesi che con gli Austriaci, la Provvederia continuò ad essere la sede dell’Amministrazione del bosco, e tale funzione fu mantenuta anche dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia nel 1866.
La politica forestale attuata sul Montello dal Governo italiano, con la vendita di grandi quantità di piante “per aste pubbliche complessive”, gestite dalla “Regia Sottoispezione di Giavera”, impoverì irreparabilmente il bosco e rese addirittura drammatica la condizione dei bisnent, privati di ogni diritto, esclusi dai lavori boschivi, e costretti per sopravvivere al furto quotidiano della legna nel bosco.
Grazie alla conoscenza dei luoghi e dei percorsi, i bisnent eludevano la sorveglianza delle guardie, si introducevano nel bosco, ne asportavano piante vive e legna secca, che poi utilizzavano come merce di scambio per procurarsi la polenta e poco altro con cui sopravvivere.
Le denunce e le condanne per i furti di legna furono innumerevoli.
Un testimone dell’epoca, l’avv. Luigi Stivanello, annotava in proposito: “Il circondario di Giavera offre in contravvenzioni constatate una media 54 volte superiore che la media nazionale del Regno”.
A nulla tuttavia servivano tali misure repressive, perché – come si legge in una relazione del 1884 – “i bisnenti invocano talora il carcere come luogo ove sfamarsi”.
La “questione montelliana”, assurta ad argomento di dibattito culturale e politico a livello addirittura nazionale, fu risolta con la legge Bertolini-Chimirri del febbraio 1892, che stabilì la
sdemanializzazione del colle, la sua assegnazione gratuita per metà ai “bisnent” in quote (sup. da 22.500 a 25.000 mq), e la vendita dell’altra metà in poderi (sup. ha 7,50 circa)
La “Rappresentanza Consorziale”, formata da 10 membri dei Comuni montelliani (Arcade, Cornuda, Montebelluna, Nervesa e Volpago) curò, tra mille difficoltà e pressioni, l’assegnazione delle quote agli aventi diritto, cioè ai residenti nei 13 paesi montelliani da almeno 10 anni e in possesso del certificato di miserabilità.
Poiché le quote erano 1.224 e le domande accolte 1.987, si dovettero abbinare più famiglie su una stessa quota, vanificando in buona parte l’efficacia economica della quotizzazione.
Furono poi alienati 386 poderi, sui quali sorsero i paesi di SS. Angeli, S. Croce e Martignago alto (poi S. Maria della Vittoria). La quotizzazione del Montello risolse in minima parte i problemi socio-economici dei bisnent: dopo meno di 20 anni infatti dal 20 al 30% degli assegnatari (il 40% a Nervesa) aveva già ceduto la propria quota, riprendendo la solita vita di stenti, di miseria e di emigrazione
massiccia
Pietro Zanatta